Sembra che tutti siano d’accordo sulla necessità di aumentare la competitività, ma le ricette di cui si parla sono piuttosto generiche. Sarebbero interessanti proposte più specifiche, partendo da analisi che affrontino separatamente segmenti diversi di attività, evidenziando casi di successo e di insuccesso e relativi fattori critici.
Proviamo a mettere sul tavolo alcuni casi, prescindendo da quelli, come la moda tra i successi e il tessile tra i fallimenti, che appaiono, almeno a prima vista, sufficientemente chiari anche ai non addetti ai lavori. Parliamo ad esempio di un settore di cui si parla di solito abbastanza poco: l’agricoltura. Perché i pomodori olandesi sono competitivi con quelli italiani? Dipende solo dal basso costo dell’energia per le serre, grazie ai giacimenti di gas? Perché in Romagna, che in primavera è colorata dal rosa dei fiori di pesco, si trovano al supermercato le pesche spagnole? A quanto pare il tema “chilometri zero” non ha un impatto significativo. E che dire del costo del lavoro dei braccianti (magari in nero) della Campania a fronte di quello olandese? D’altra parte il vino italiano continua a guadagnare consensi nel mondo, sia il lambrusco che sostituisce la Coca Cola, sia i supertuscans che competono alla pari con i grandi Bordeaux e Borgogna. Viene naturale passare dall’agricoltura all’industria alimentare. Qui c’è un caso clamoroso di successo: Ferrero, un’azienda che parla poco e di cui si parla poco, se non per criticare la sua pubblicità così poco raffinata, ma evidentemente efficace. Quale è il segreto? A parte la ricetta della mitica Nutella …
Ma nell’industria che per quasi un secolo è stata nel mondo l’ attività più significativa in termini economici e simbolici, l’automobile, non solo la Fiat produce da tempo più all’estero che in Italia, ma a nessun grande costruttore verrebbe in mente di aprire una fabbrica in Italia. Perché? C’è una piccola, parziale eccezione: la Di Risio; chissà se guadagna? E perché la Germania produce ancora così tanto (anche se pure là è cominciata da un po’ la delocalizzazione)? Visto che il costo del lavoro è alto si può presumere che la produttività sia maggiore. Più investimenti? Migliore organizzazione? La mitbestimmung?
Per consolarci pensiamo al successo del comparto macchine utensili, in cui l’Italia ha conquistato un ruolo di preminenza, a spese, guada un po’, della Germania. Non tutta l’industria dunque soffre in ugual modo dei vincoli e delle rigidità spesso additati come unica causa dei nostri problemi. Altro caso di successo: le montature per occhiali. I mitici Ray Ban sono ora italiani. E’ la formula del distretto che è vincente? Ma altri distretti sono in crisi. E le piastrelle?
Ma oggi il grande business è l’elettronica, l’informatica, le telecomunicazioni. Qui molti e gloriosi sono i caduti, morti o moribondi, sul campo: prima fra tutti Olivetti, ma anche Italtel, Telettra, Brionvega, Mivar. Resta STM, un caso riuscito di matrimonio italo-francese. Eppure l’Italia è stata pioniera nei computer, per non parlare del contributo di Faggin nei transistor. Vediamo inoltre che Alcatel-Lucent chiude a Vimercate laboratori che per decenni hanno sfornato prodotti di successo, mentre la cinese Huawei apre a Monza laboratori di ricerca e sviluppo.
Parliamo dei servizi: nel turismo l’Italia, a cui qualcuno attribuisce il 50% del patrimonio artistico dell’umanità, ha perso posizioni negli ultimi anni. Perché? Cosa si può fare? ( a parte azzerare i vertici dell’ATM, che schiera manipoli di controllori per dare 51 euro di multa agli ignari viaggiatori che arrivano in Fiera con il biglietto urbano). Ciascuno avrà in mente altri casi simili.
Ora certamente molto si potrebbe fare in termini di liberalizzazioni, privatizzazioni, semplificazione burocratica, flessibilità, eccetera, eccetera per migliorare il contesto per tutti. Ma il punto che qui vorremmo sollevare è : di che cosa hanno bisogno i diversi settori per essere più competitivi? Non chiediamo quindi il parere degli economisti, men che meno quello dei macroeconomisti, ma quello di chi ha le mani in pasta, di chi tutti giorni affronta problemi e inventa soluzioni, o almeno quello di chi ha un focus molto preciso su un settore specifico ed è in grado di fare comparazioni precise e documentate. Chi vuole parlare?
Andrea Figna